Oggi è in corso il vertice della FAO sulla fame nel mondo. Uno di quei classici vertici inutili e costosi, indetti da organizzazioni pubbliche altrettanto inutili e costose dove si degustano tartine al caviale e tartufo d'Alba, mentre si fa finta di disquisire dei problemi di zone di cui la metà degli inutili e costosi personaggi presenti ignora persino l'ubicazione.
In compenso, la parte di Roma che lavora è bloccata per permettere a costoro di dilapidare milioni di euro in buffet e alberghi a cinque stelle.
Ma il vertice della FAO, organizzazione nota per consumare l'80% delle risorse che percepisce per il suo proprio sostentamento, è utile per capire il livello di idiozia e/o malafede che permea gli inutili signori di cui sopra.
Oggi è tutto un susseguirsi di dichiarazioni scellerate e stupide, che ruotano attorno al caro dei generi alimentari e al caro petrolio.
Desidero portare a conoscenza dei miei due lettori alcune perle di saggezza dispensate dai politici di ogni dove, ma ponendo ovviamente l'accento sul non plus ultra della politica mondiale. Ovvero quella che riesce con tanti sforzi a far più schifo. Ovvero la nostra, quella italiana.
Cominciamo con un noto esperto di economia capitalista.
Il nostro presidente della Repubblica: Napisan Plus, che dichiara:
"emerge l’imperiosa necessità di politiche coordinate a livello mondiale" per "fronteggiare l’allarmante emergenza". Perché, secondo il presidente italiano, "non si può, per superare la crisi alimentare e garantire una prospettiva di reale food security, fare affidamento sulle virtù riequilibratrici del mercato. Si può e si deve riconoscere la necessità di politiche e di interventi che abbiano il loro quadro di riferimento e le loro espressioni operative nel sistema delle Nazioni Unite"
Va di moda, tra i vari partiti statalisti nostrani (ovvero con diverse gradazioni
tutti ), attribuire il declino dell'Italia a fattori esterni al ex Bel Paese, in fattispecie a quei fattori meno conosciuti e conoscibili da parte delle masse. Il perché di tutto ciò è banale, si sposta l'ira e l'insoddisfazione crescente nella popolazione, dai diretti responsabili, a fattori lontani e non direttamente perseguibili dai cittadini.
Non fa eccezione il fenomeno chiamato
Globalizzazione. La globalizzazione è avversata da sinistra (PRC, PDCI, no-global ambientalisti etc.) e anche da destra, nella fattispecie tutti quei partiti che sono vieppiù fuoriusciti dagli statalisti destrorsi, ovvero dal fu MSI.
La globalizzazione è sostanzialmente l'apertura dei mercati alla totalità del globo terrestre. Si imputa a questo fatto la perdita sostanziale del potere di acquisto delle famiglie italiane e parallelamente si usa questa teoria per dare una mazzata alle idee liberali, che tanto sono avversate da coloro che scialacquano con i nostri soldi (leggasi Politici e Sottogoverno).
Si dice che sono le idee liberali che han portato alla globalizzazione, che questa ha decurtato il potere di acquisto dei cittadini e che dunque c'è la prova che la libertà economica sia una idea sbagliata.
Chiaro che da coloro che verrebbero disintegrati da una vera e propria libertà economica, tale attacco ad essa appare piuttosto scontato, ma bisogna comunque cercare di disinnescare la miccia che porta a questo attacco.
Perché è vero che il potere di acquisto italiano si è dimezzato. Bisogna appunto capire se sia stata la globalizzazione a provocare tutto ciò.
Ma l
a verità è quasi sempre l'opposto di ciò che dicono i politici. Lo stesso vale per la globalizzazione.
Vediamo perché.
Innanzi tutto possiamo notare che neanche adesso possiamo parlare di mercati aperti, visto che lo Stato italiano, e più in generale l'Europa si arroga il diritto di imporre dazi di importazione alle varie merci prodotte dai più disparati stati. Così , un'auto in Italia continua a costare 10 volte quello che costa in Cina, la frutta e la verdura 10 volte quello che costano in Africa.
Ma supponiamo pure che fossimo in un regime di libero mercato, dove tutto il mondo è libero di commerciare con tutto il resto, senza dazi o ostacoli burocratici.
Quello che provocherebbe questo ipotetico scenario è la seguente serie di conseguenze:
Le merci di ogni tipo non potrebbero che costare di meno di adesso. Il motivo è banale: se costa di più produrre una maglietta in Cina, continuo a comprare quelle prodotte in Italia, sempre a parità di qualità del prodotto. Quindi, se le retribuzioni rimanessero costanti, si avrebbe un enorme aumento del potere di acquisto generalizzato.
Ovviamente resta da investigare se il reddito delle persone rimane lo stesso.
Analizziamo il mercato del lavoro. Tutte le merci che possono essere prodotte in Kamchacta, Bolivia e Viet-Nam, tali che il loro costo in Italia sia inferiore alle merci prodotte in loco, verrebbero delocalizzate in tali paesi. Cosa che del resto già succede, infatti la Fiat apre fabbriche in Polonia. Solo che poi, per effetto delle varie tassazioni, a noi vende auto NON ad un prezzo inferiore, ma uguale a prima, evitandoci così di gioire per l'aumento del potere di acquisto. Se non ci fossero queste tassazioni, noi potremmo comprare la stessa auto ad un quarto o un ottavo del prezzo.
Quello che la globalizzazione produce dunque è una migliore allocazione delle risorse sul territorio dove il mercato è libero. Ogni stato in sostanza si specializzerebbe nel produrre quelle sole merci che possono ragionevolmente competere nel mercato globale,
trasferendo forza lavoro da quei settori dove la produzioone è inefficiente a quei settori dove questa è efficiente. In Italia probabilmente sparirebbero le grandi aziende tipo la Fiat, le aziende tessili, o dei marmi, e la produzione dell'Italia si orienterebbe verso quei prodotti che il mondo ci richiede nonostante la presenza della Cina (o chi per lei).
Realisticamente, l'Italia diverrebbe un paese che produce per la maggior parte
turismo e prodotti di nicchia come
vini italiani,
moda italiana, prodotti tipici . Esporterebbe questi prodotti e comprerebbe gli altri. Roma, Firenze, Palermo, Napoli senza Bassolino e la Iervolino, non sono delocalizzabili. Tutto l'indotto che gira attorno al turismo non è delocalizzabile.
Il prodotto made in italy, resta differente dal prodotto made in china anche se in cina producono valanghe di magliettine a bassissimo costo. E una soppressata di Soverato è differente da una soppressata prodotta in russia. Il mondo si spartirebbe i beni da produrre, esattamente come succede nel piccolo di uno stato. A Cortina nessuno ha in mente di coltivare vigneti, lo lasciano fare al veneto, alla puglia. A Cortina producono turismo. E non sono certo poveri gli abitanti di Cortina.
Il risultato di ampliare questa
divisione del lavoro dai confini di un unico stato ai confini del mondo implica soltanto una maggiore produzione complessiva e dunque un maggior benessere globale. Uno stato montuoso ad esempio, potrebbe evitare di dover produrre olive a costi altissimi per sfamare i propri cittadini, in quanto troverebbe conveniente comprare l'olio da stati meno freddi. Con il mercato chiuso invece, tale stato dovrebbe sprecare risorse per far crescere le olive a 2000 metri (serre, riscaldamenti etc.) e non potrebbe impiegare le stesse risorse per coltivare che so patate o legname. Oppure dovrebbe impedire ai propri concittadini di usare l'olio.
Non è dunque la globalizzazione a causare la perdita di potere di acquisto dei cittadini italiani, in quanto come appena illustrato essa produce due effetti:
- Aumento del benessere globale
- Cambiamento delle tipologie produttive.
Sarebbe disgustoso leggere su un libro del futuro:
"L'Italia è una nazione che basa la sua economia prevalentemente sul turismo".
Avere l'Italia costellata di alberghi, ristoranti, pub, teatri, mostre e musei, piuttosto che intrise di fabbriche poco produttive, sarebbe veramente questo grave danno?
Avere aziende altamente specializzate nella produzione di mozzarelle di bufala, che esportano in tutto il mondo sarebbe così disdicevole in confronto ad avere fabbriche di automobili che arrancano anche a restare in attivo nel solo suolo nazionale?
Inoltre, l'effetto della globalizzazione, si limiterebbe alle sole merci delocalizzabili. Interi settori produttivi, quali idraulici, elettricisti, meccanici, rimarrebbero locali in Italia, a meno che pagare il viaggio aereo ad un idraulico cinese non divenga più conveniente che pagare un idraulico locale.
Supermercati, alimentari, mercati generali, non verrebbero affatto colpiti dalla delocalizzazione, ma semplicemente venderebbero in Italia merci prodotte all'estero. Cosa che peraltro già fanno, solo che facendocele pagare come prodotte in Italia, a causa dell'iniqua tassazione qui vigente.
Come si può vedere gli effetti della globalizzazione sono tutt'altro che negativi.
C'é chi obbietta che questo vale per paesi particolarmente fortunati nei quali le condizioni ambientali permettano di produrre qualcosa che sia richiesto nel resto del mondo.
La prima osservazione è che sicuramente l'Italia NON può definirsi un paese sfortunato da questo punto di vista e perciò non è certo l'Italia che potrebbe trarre svantaggi dalla globalizzazione.
Ma consideriamo il paese immaginario del Kaffiristan. Un paese praticamente tutto deserto. Che vantaggi avrebbe dalla globalizzazione? E quali svantaggi?
Sicuramente tra i vantaggi ci sarebbe il generico prezzo delle merci più basso che rispetto ad una economia chiusa.
Quali sarebbero gli svantaggi? Il non poter produrre cibo? Ma questo era vero anche prima della globalizzazione. Su quel terreno particolarmente sfortunato, non potevano comunque produrre grandi quantità di cibo. In compenso però potrebbero aprire attività specifiche che solo grazie alla globalizzazione consentirebbero loro di vivere agiatamente in quei luoghi. Ad esempio, potrebbero aprire grandi complessi industriali, aiutati dal basso costo per costruire ampie strade e grandi aereoporti. Se avessero avuto un mercato chiuso, avrebbero dovuto utilizzare enormi quantità di risorse per produrre il cibo e ben poche gliene sarebbero restate per i complessi industriali, le strade e gli aereoporti. Se ci pensate, nella Death Valley americana è successo proprio questo. Ora, immaginate cosa sarebbe quella zona se fosse un singolo stato con una economia chiusa.....
Fortunatamente possono importare risorse da tutta l'America e vendere all'America i prodotti tecnologici che sviluppano.
La crisi del potere di acquisto degli italiani dunque è di tutta altra natura. Per sfruttare i benefici della globalizzazione è necessario un mercato del lavoro flessibile, che permetta ad aziende e lavoratori di cambiare produzione e di trovare lavoro di volta in volta nei settori che diventano più economicamente vantaggiosi, lasciando quei settori dove il vantaggio non c'è più, perchè marginalizzati a favore di altri Stati.
Questo in Italia è impossibile. Aprire una impresa è un'ira di Dio, un terno al lotto. Le operazioni burocratiche e la tassazione invereconda ne stroncano sul nascere almeno la metà. La mobilità dei lavoratori praticamente non esiste a causa dei sindacati. L' azione concomitante delle due cose fa si inoltre che sia difficilissimo trovare un lavoro una volta abbandonato quello "garantito" dalle cosche sindacali. E così restiamo a produrre carrozze a cavalli quando il mondo ormai viaggia con le astronavi. E pretendiamo di essere pagati per produrre merci che nessuno vuole più. Ma siccome non le vuole nessuno, i soldi per pagare le carrozze vengono prelevati dalle aziende che operano nei settori produttivi per bruciarli in produzioni inutili e azzoppando anche i nostri punti di forza.
La perdita del potere di acquisto degli italiani non è colpa della globalizzazione. E' colpa nostra.
Intendendo con nostra tutto il sistema politico, sindacale, e di sottogoverno che genera e mantiene questa situazione. E' colpa di chi persevera nelle sua miopia e continua a votare gente come Pecoraro Scanio, Bertinotti (un sindacalista), Prodi, gente che vota Fini che continua a parlare di interesse Nazionale, vergognandosi di dire "interesse del gruppo politico Nazionale". E' colpa di chi crede ancora che bruciare una enorme quantità di denaro assumendo finanzieri, gabellieri, esattori allo scopo di tenere alti i prezzi delle merci possa mai rendere un paese più ricco che in loro assenza e con i prezzi bassi.