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martedì, 28 ottobre 2008
Lottieri bastona Samuelson

Riporto un pezzo di Carlo Lottieri pubblicato su liberal. Lottieri criticando Samuelson, economista americano di stampo Keynesiano, spiega molto meglio di come faccia io, perché c'è la crisi, e perché grazie agli interventi governativi che in Italia tutti auspicano (tranne io e pochi altri), finiremo ancor più nella merda.

L’articolo di Paul Samuelson pubblicato lunedì con grande rilievo dal Corriere della Sera intenderebbe in qualche modo rappresentare, nel chiacchiericcio politico-culturale italiano, l’epitaffio definitivo sul pensiero più schierato in difesa del libero mercato e, in generale, sulla stessa cultura libertaria e antistatalista. Con quell’articolo si è inteso, per così dire, posare il coperchio sopra la bara, al fine di aprire un fase che fatalmente vedrà un ritorno massiccio, ovunque in Occidente, degli aiuti di Stato e dei boiardi di Palazzo.
Per il premio Nobel dell’economia, infatti, la gravissima crisi che stiamo vivendo (e siamo soltanto agli inizi) sarebbe da imputare alle teorie di quanti hanno avversato il Big Government, hanno tentato di diffondere la convinzione che le imposte vanno abbassate, hanno criticato l’espandersi della burocrazia e della regolamentazione. Secondo il professore progressista, insomma, sarebbe stata l’illusione di immaginare una società quanto più possibile affrancata da burocrazia e uomini di partito a ridurci in questa condizione. E la sua idea è che ora le pecorelle siano costrette a fare ritorno all’ovile e il Leviatano, finalmente, si riprenda una sonora rivincita.

Marcando le distanze da Stalin e da Mao quali esponenti di uno statalismo eccessivo (ma non dalla politica economica “più moderata” di Adolf Hitler…), l’anziano intellettuale liberal propone una visione che egli vorrebbe “centrista” e che suggerisce una rivincita da parte dello Stato, della spesa pubblica, dell’espansione monetaria. Il timing pre-elettorale dell’articolo riverbera in quasi ogni affermazione del testo, che di fatto attacca Milton Friedman e Friedrich von Hayek – entrambi Nobel, come lo stesso Samuelson – quali responsabili della crisi finanziaria globale in atto. Ma qui si parla a nuora perché suocera intenda, e se si colpiscono i teorici che parvero andare di moda negli anni Ottanta è solo per affossare le residue speranze elettorali di John Mc Cain.
Non a caso Samuelson giunge ad accusare gli studiosi libertari di cose che con le loro idee non hanno nulla a che fare: dall’interventismo militare in Iraq al solidarismo socialdemocratico del cosiddetto “conservatorismo compassionevole”. L’evidenza che gli istituti che oggi si incaricano di tenere viva la lezione “austriaca” e più in generale libertaria – dal Mises Institute al Cato Institute – siano stati e continuino ad essere avversi tanto alla guerra come all’interventismo economico più o meno conservatore sembra importare ben poco all’autore del pezzo. Seguendo una strategia retorica sempre efficace, prima egli costruisce una rappresentazione parodistica del proprio avversario intellettuale e quindi si appresta a distruggerlo con grande facilità.

Ma questi sono aspetti che appartengono a polemiche di scarso interesse, che non rendono onore alla carriera di uno studioso che invece va giudicato per le sue considerazioni teoriche, e non per battute degne di un anchor-man televisivo.
Lasciando quindi cadere questi aspetti legati ad una passionalità politica poco consona ad uno studioso, è il caso di concentrarsi sugli elementi più “concettuali” di un articolo che vorrebbe liquidare la teoria economica del liberalismo classico e che, in fin dei conti, finisce per mostrare una volta di più la cecità della scienza economica prevalente.
L’articolo contiene soltanto tre spunti teorici, più buttati lì che seriamente analizzati.

Il primo riguarda l’interpretazione della Grande Depressione, che per Samuelson fu figlia del capitalismo che egli definisce “puro” degli anni Venti e fu guarita solo – in America come nella Germania nazista – da una crescita del potere pubblico, da un aumento della moneta, da programmi di intervento statale. In realtà, c’è ben poco di sensato in quanto afferma l’anziano studioso, perché (si veda La Grande Depressione di Murray N. Rothbard, curato in italiano da Lorenzo Infantino per i tipi di Rubbettino) è stato proprio lo statalismo di Hoover a causare quella crisi che il New Deal rooseveltiano finì per cronicizzare. Rothbard costruisce la propria riflessione a partire dalla teoria misesiana del ciclo economico, ma ha il grande merito di calarla in una complessità di fatti (piccoli e grandi) che non soltanto evidenziano quante fossero state numerose le interferenze al libero mercato causate dalla gestione di Hoover, ma soprattutto chiariscono il ruolo della Fed in tutto ciò. Né va mai dimenticato che la Banca centrale americana nasce solo nel 1913 e impiega ben pochi anni per mostrare tutta la propria pericolosità.
Il secondo spunto teorico che agli occhi di Samuelson dovrebbe definitivamente liquidare la teoria liberale è riconoscibile nella tesi secondo cui i disordini attuali (ma più in generale i vari problemi di una società) si risolvono moltiplicando le competenze dei potenti – politici, burocrati, magistrati, regolatori – e riducendo la libertà d’azione di individui e imprese. È una versione economica della teoria hobbesiana quella che Samuelson propone, nella persuasione che una società ordinata esiga un qualche conducator che “metta in ordine”: l’altro ieri Roosevelt e Hitler, ieri Kennedy e Fanfani, oggi Obama e Sarkozy. In verità, l’epistemologia da tempo sottolinea la superiorità degli ordini spontanei e senza centro – a razionalità diffusa – rispetto a quelli che derivano unicamente dalla volontà di un Principe.

Strutture complesse come il linguaggio, il diritto comune o evolutivo, il mercato, l’interazione tra scienziati in competizione e, oggi, la rete di Internet possono svilupparsi solo in assenza di un “decisore ultimo” che abbia la facoltà di annullare l’autonomia d’azione. Non soltanto il liberalismo vanta un primato etico perché muove dal riconoscimento dell’alterità e quindi dei diritti dei singoli (che ogni statalismo, più o meno “centrista”, finisce per negare), ma esso ha anche il merito di strutturarsi in maniera assai più complessa e meglio adeguata alla realtà.
Accusare il mercato e i processi di liberalizzazione di essere “sregolati” significa restare prigionieri di un’idea troppo banale della norma: quella visione secondo cui le sole regole degne di tale nome sono quelle costruite dai politici, e quindi arbitrarie, fragili perché imposte. Autori come Samuelson non comprendono quanto il mercato viva di regole e ne produca costantemente, non essendo possibile lo sviluppo di un’economia libera dove la proprietà non è rispettata e dove la regola aurea “pacta sunt servanda” viene costantemente disattesa.

Se poi veniamo ad osservare il disastro finanziario in corso fa sorridere che possa essere attribuito a Hayek e Friedman, e non già invece all’egemonia di teorici come Paul Samuelson (il cui manuale è servito, e spesso purtroppo continua a servire, quale strumento per la formazione di un gran numero di studenti di economia in ogni parte del mondo). È certamente vero che Hayek e Friedman sono teorici più prestigiosi – anche perché oggettivamente più originali – di Samuelson, ma è egualmente vero che nell’insieme il “centrismo progressista” variamente neo-classico e neo-keynesiano interpretato da Samuelson continua ad essere la lingua franca usata dai ministri dell’economia, dai banchieri centrali e dalla maggior parte dei commentatori politici. Il Nobel a Paul Krugman ha consacrato, una volta di più, l’egemonia di un pensiero molto apprezzato da quanti frequentano le cosiddette “stanze dei bottoni”, per usare la celebre espressione di Pietro Nenni.
Nello specifico, poi, la crisi è stata generata non già da politiche friedmaniane, né tanto meno hayekiane. Per Milton Friedman, infatti, la gestione della moneta dovrebbe essere limitata da regole costituzionali, e nulla di ciò vi è in America. Per giunta, al fine di evitare espansione monetaria e inflazione lo studioso di Chicago propose di attenersi ad una crescita della quantità di moneta strettamente legata alla crescita stesso della produzione. Nemmeno questo si è avuto, come ben si sa.

A sua volta, neppure Hayek è stato certo ascoltato, specialmente dalla fine degli anni Ottanta in poi. In ambito monetario la proposta più originale dello studioso austriaco consiste nel “denazionalizzare” la moneta, permettendo l’uscita dal corso legale e autorizzando la concorrenza tra valute diverse. Sempre in questa tradizione, molti studiosi  hanno proposto il ritorno all’oro, proprio al fine di evitare quella “crisi della fiducia” che paradossalmente, ma inevitabilmente, accompagna l’introduzione di una moneta fiduciaria (il “fiat money”). La moneta-oro è una moneta che non può essere facilmente inflazionata, e che mantiene una totale convertibilità, togliendo a banchieri centrali e politici la possibilità di operare ai danni dei titolari di moneta e di usare la politica monetaria per reperire risorse e operare in forma redistributiva.
La crisi finanziaria attuale, allora, è conseguente a molto cose – basti pensare alle politiche pubbliche in materia di casa, per dare ad ogni famiglia americana un’abitazione – ma in primo luogo è figlia del keynesismo di chi, come Alan Greenspan, ha aumentato la quantità di moneta in vari modi e soprattutto grazie a tassi di interesse molto bassi. Le bolle a ripetizione a cui abbiamo assistito (la bolla di Internet, quella immobiliare, quella agricola, quella del petrolio ecc.) sono tutte in qualche modo il risultato di una politica espansiva che ha permesso, ad esempio, a persone senza un dollaro e senza alcuna garanzia di comprare casa grazie ai mefitici mutui subprime. Quanti oggi mettono sotto accusa i responsabili di questa o quella banca dovrebbero chiedersi perché tanta “malvagità” e “irresponsabilità” sono esplose solo ora… e forse allora capirebbero che in realtà è stata la politica monetaria a spingere l’America, e quindi il mondo intero, nella trappola di un boom artificioso che ora sta producendo una veloce caduta verso il basso, e senza paracadute.
Non avendo appreso granché dalla storia e rigettando i principi morali e gli argomenti economici che sono all’origine della teoria liberale, Samuelson è destinato ad offrire suggerimenti sbagliati. Ed è esattamente questo che fa.

La medicina che ci offre, a ben guardare, è proprio il veleno che sta facendo crollare le borse. Ecco cosa suggerisce alla fine del suo articolo: “con la creazione di sufficiente denaro da parte della Fed e del Tesoro statunitense, sarà possibile imboccare la via della ripresa e della stabilità”. Insomma, la grande rapina inflazionistica degli ultimi anni non gli è bastata e la tremenda manipolazione del denaro non è parsa sufficiente. Dopo aver creato boom artificiosi con il denaro facile, oggi si dovrebbe continuare su questa strada, “creando” altro denaro.

Samuelson però sa bene che il denaro non si “crea”: al più, quello che si può fare è aumentare la massa monetaria e quindi redistribuire denaro dai vecchi possessori di valuta ai nuovi. È una forma di tassazione che piace molto al ceto politico, dato che è meno avvertita da chi la subisce, e che però produce effetti perversi sull’intero sistema economico. In un’epoca ad alta inflazione come è quella che ci aspetta (anche in virtù del fatto che le prime pagine dei quotidiani di tutto il mondo pubblicano articoli come quello di Samuelson), l’accumulazione del capitale viene meno e la stessa economia di scambio si trova a fare i conti con la fragilità di un medium, la moneta, che giorno dopo giorno perde valore e quindi crea una serie di problemi agli operatori.
Non diremo che dietro alla crisi attuale c’è Samuelson, anche perché il suo ruolo è stato ed è quello di un divulgatore di tesi non sue. Però è chiaro che il “samuelsonismo” ha giocato e continua a giocare un ruolo negativo: più nel resto del mondo che negli Stati Uniti. In America, in fondo, il dibattito è vivo e chi sui giornali americani ha letto ad esempio l’articolo di Vernon Smith (altro premio Nobel, ma di idee libertarie) o quello di Anna Schwartz (92enne, eppure ancor lucidissima) ha avuto modo di incontrare analisi assai più approfondite e perspicaci.

È nei Paesi dalla cultura più debole – in America latina, oppure nel mondo arabo, o anche in Italia – che argomenti come quelli di questo economista progressista sono destinati a fare più danni. Nei decenni scorsi, il keynesismo ha dato all’Italia l’espansione dell’Iri, la Cassa del Mezzogiorno, il “piano Fanfani” e tutto il loro corredo di partitocrazia, corruzione, intreccio politica e criminalità, politica ed affari, politica ed informazione. Da quell’universo non siamo ancora del tutto usciti, ma già ci aspetta una recrudescenza di “statalismo di destra”, giustificato dalla crisi ma in larga misura motivato dal desiderio di costruire un apparato di potere destinato a durare nel tempo.

Non c’è bisogno allora di un nuovo interventismo, ma di avviare un percorso che tolga la facoltà di manipolare la realtà ai pochi potenti che controllano Stato e banche centrali, e introduca una più sana competizione. Quando fa cenno alle agenzie di rating, ad esempio, Samuelson non rileva come in America solo tre società siano state autorizzate dalla Sec (dalla borsa di New York, in sostanza)  e che quindi sia stata questa “strozzatura” del mercato ad impedire l’emergere di giudizi più fedeli su questa o quella realtà bancaria.
Qui come già altrove, l’economista americano mostra strane assonanze con taluni personaggi “washingtoniani” – analogamente ossessionati dall’ansia di organizzare il mondo – che sono usciti dalla penna del migliore analista letterario del potere americano novecentesco, Gore Vidal; e se non mancano strali a George W. Bush e a quanti gli sono stati attorno in questi anni, è solo per sponsorizzare altri potenti per le medesime cariche e le stesse politiche. Al keynesismo di Greenspan s’intende opporre il keynesismo di quanti – alla guida di questo o quell’organismo – potrebbero essere scelti da un nuovo presidente democratico, ma mai vengono messi in discussione il Potere, le sue pretese, la sua irrazionalità.

Questa è la fondamentale fragilità del progressismo, da entrambi i lati dell’Oceano, ed è per questo che esso ha sempre tradito le proprie attese ed è destinato a fare lo stesso in questa nuova fase storica che ora si apre dinanzi a noi.

Postato da: LibertyFighter a 13:42 | link | commenti (22)
politica, economia, inflazione, banca centrale, fiat money, tasso di riferimento, tasso di sconto

sabato, 25 ottobre 2008
Ancora sulla Gelmini. Considerazioni

Il boom di commenti sul post a favore del decreto Gelmini, mi ha spinto a pubblicarne un successivo, dove raccolgo alcune mie considerazioni che nel primo post non erano emerse, ma sono state sviluppate in sede di commenti.
Faccio questo sperando anche di dirottare i commenti su quest'altro post, affinché le persone possano più facilmente seguire il dibattito.

La parte che attualmente fa più discutere è quella relativa ai tagli economici al settore pubblico dell'istruzione e della possibile trasformazione delle università in Fondazioni Private. Le critiche principali fatte su questo argomento sono state le seguenti:

Penalizzare il pubblico in favore del privato non equivale a distruggere una scuola indipendente ed asservirsi al "padrone"?

(C'è addirittura una citazione di Calamandrei che afferma che una strisciante dittatura potrebbe muoversi in tal senso.)

La risposta è no. Nessuna dittatura penserebbe mai a pagare dei privati per far fare qualcosa che ha già il potere di fare. Scorrete le dittature esistenti e quelle "storiche", e contate quante dittature non avevano la scuola pubblica. Si prega astenersi se si considera il governo degli USA una dittatura....
Lo Stato controlla la scuola pubblica. Ne è il padrone assoluto. Un unico soggetto, con un unico capo, che istruisce la quasi totalità dei bambini. Una dittatura lo fa più apertamente. Una democrazia in maniera più subdola. Prendiamo ad esempio le domande che si pone un libertario.
Cosa sono le tasse? Per l'educazione civica, le tasse sono un "dovere civile". Non si discutono. Cos'è un dovere civile? Una cosa che devi fare e basta per stare in società. Un fottuto dogma.
Il monopolio statale dell'istruzione? Garantisce il pluralismo. Tranquillo, te lo dice il monopolista.
Se il fine non giustifica i mezzi, come la mettiamo con la tassazione a scopo redistributivo? Se viceversa il fine giustifica i mezzi, le dittature erano un problema di "fine" ? Se avessi trovato un buon fine, gasare 2M di ebrei avrebbe avuto un altro sapore? Sarebbe stato giusto?
Perché lottiamo per l'autodeterminazione del popolo tibetano, per quello palestinese, mentre se ne parlano i lombardi crolla il cielo?
La Costituzione è una cosa sacra. Esci da scuola e sei pronto per ripetere "L'Italia è una e indivisibile....", "L'Italia è una repubblica fondata sul lavoro". Non si può non riconoscersi nella costituzione. E' moralmente inaccettabile. Si incazza perfino Napolitano se qualcuno non ci si ritrova. Ma perché una persona debba santificare un documento che non ha mai firmato, scritto da politici e mai fatto firmare da nessuno, nessuno se lo chiede.
Ora, io non dico che la risposta a queste domande sia per forza si, e per forza lo sia per tutti. Ma vogliamo discuterne a scuola?
Tante scuole private sono difficili da gestire. Non gli puoi imporre apertamente programmi unici. Devi corrompere o minacciare molte persone. Il privato è indipendente e pericoloso per uno Stato totalitario.

Il taglio dei fondi alle università non significa un taglio della qualità dell'istruzione?
No. Nelle università c'è uno spreco pazzesco. Quando si tagliano i fondi si chiede sostanzialmente che si taglino tutti questi sprechi. E' chiaro che qualcuno può pensare di NON diminuire gli sprechi, e di tagliare sul servizio. Ma in questo caso, il problema sarebbe il rettore. Non la riforma.

Il taglio dei fondi significherà un aumento delle rette?
Non credo. La domanda universitaria è elastica. Il dato degli studenti iscritti non è costante e varia a seconda della retta e della retribuzione futura che la laurea garantisce. Il che significa che aumentare le rette non è affatto sinonimo di aumentare gli introiti. Anzi. Potrebbe significare la chiusura delle università più esose. Abbiamo un mare di Università, tanti rettori e dirigenti che non hanno voglia di rimanere a spasso. Aumentare le rette non è come aumentare le tasse sulla benzina. Lo studente ci mette poco a non iscriversi proprio o a cambiare università.

Perchè anzichè applicare tagli alla scuola e all'istruzione non li applicano ai loro stipendi ?

Perché di autolesionisti ce ne sono troppo pochi per avere la maggioranza in parlamento. Scordatevi l'idea che la politica possa ridurre i soldi destinati a se stessa. E' inutile proprio discuterne. Se non sono costretti dalla massa, non lo faranno mai. La Costituzione italiana, che la scuola pubblica tanto difende, ci esautora del diritto di esprimerci sulle questioni fiscali, attraverso il mitico articolo 75. E' chiaro che lo stipendio dei politici rientra nelle questioni fiscali. Dunque non abbiamo il diritto di mettere bocca. E così abbiamo un sistema dove il politico decide da solo il suo stipendio e se lo paga con i soldi degli altri. Un eldorado. Una goduria infinita. Volete ridurre i costi della politica? Allora portiamo la gente in piazza per abolire l'art. 75. Ma non dobbiamo portarne 3 milioni. Portiamone 30 milioni. Solo allora avremo qualche speranza di costringere i politici a ridursi gli stipendi. Ma troppo spesso quando si parla di articolo 75, le persone liquidano la questione dicendo che se si abolisse, in Italia nessuno approverebbe una tassa. Forse è vero, ma allora cos'è la democrazia? Quelli al governo non dovrebbero fare "il volere del popolo?"

Che fine faranno le università umanistiche e in generale quelle che il mercato non trovando appetibili non trasformerà in fondazioni private?
Semplicemente, rimarranno pubbliche. E qui ci si chiede allora perché lettere debba protestare. In ogni caso, se una laurea è di una qualche utilità, vuol dire che c'è sempre qualcuno disposto a pagare per usufruire dei suoi prodotti. Se non sono aziende farmaceutiche o tecnologiche, saranno Musei, mostre d'arte, associazioni private. D'altra parte, se nel mercato NESSUNO ha bisogno di laureati in facoltà umanistiche, mi domando con che diritto si spostino risorse da comparti "più utili", verso un comparto che al termine dei 4 -5 anni di corso genera soltanto disoccupati con pezzo di carta.
Ripeto comunque che il problema non si pone perché la legge non obbliga le facoltà a diventare fondazioni private, ma sancisce solo la possibilità
In compenso, per ognuna che si trasforma in fondazione privata, lo Stato risparmierà un sacco di soldi.


Il problema italiano è che in politica non esistono più gli ideali
Per una questione puramente logica, la solidità degli ideali è inversamente proporzionale al potere e al denaro che si riferiscono al posto che si occupa.
Dovrebbe bastare questo per farvi capire che non ha alcun senso parlare degli ideali in politica. In questi ambiti, gli ideali sono propri di alcuni militanti della base, e vengono raccontati dai politici in sede di elezioni per convincere l'elettorato. Finché non hai il potere gli ideali hanno un senso. Quando hai il Potere, a che ti servono gli ideali?
Quello che voglio dire è che la cosa è sistemica. L'unico politico buono è il politico morto. Non puoi assegnare i superpoteri ad un gruppo di persone e poi pregare affinché ci vadano persone con gli "ideali".
C'è una concorrenza spietata per raggiungere i posti di potere. Tutti aspirano a farsi gli affaracci propri governando lo Stato. E questa lotta si fa a colpi di demagogia e bugie. In questa lotta, gli idealisti perdono e scaltri e demagoghi arrivano al potere. Sarà sempre così perché così è sempre stato. I vari Fanfani, Almirante o quelli che avete nominato, non erano li per gli ideali, ma per i propri interessi. Solo che sono venuti prima e quindi si sono mantenuti un pò di più. Ma la socialdemocrazia è un cadavere che piano piano marcisce. Il marciume aumenta sempre finché non distrugge completamente il cadavere. Adesso i politici fanno più schifo perché la nostra socialdemocrazia ha più anni di imputridimento.

UPDATE

Vi lascio un link ad un interessante post di Marko's blog che sfata anche il mito delle scuole elementari più formative del mondo.

Postato da: LibertyFighter a 14:32 | link | commenti (31)
politica, scuola, gelmini

venerdì, 17 ottobre 2008
Diritto di sciopero. Buone idee da Sacconi

Dispiace. Purtroppo la crisi economica che sta attraversando il mondo rischia di rendere secondarie le iniziative che il governo sta prendendo negli altri campi della vita italiana. Ed è un peccato, perché come per la riforma Gelmini, ogni tanto questo esecutivo sembra imbroccare la strada giusta.

E' il caso del disegno di legge delega che ha intenzione di fare il ministro Sacconi. La riforma del diritto di sciopero. Anche qui, un buon metro di valutazione per la bontà della stessa, è l'indignazione e l'opposizione delle varie sigle sindacali.
Se ne capisce il motivo. La legge, ben lungi dal "minare i diritti fondamentali... etc. etc. etc.", nei suoi due punti più importanti dice due cose giustissime, e che per quello che posso ricordare, assomiglia molto a ciò che fece niente di meno che la Tatcher in Inghilterra, di fatto spezzando la schiena e il potere delle varie associazioni sindacali.
Punto primo.

Gli scioperi dichiarati dalle sigle sindacali devono passare prima per un referendum consultivo tra i lavoratori.


Il che significa che se per caso la maggioranza dei lavoratori non è daccordo, il sindacato non può dichiarare lo sciopero. Mi sembra un esempio lampante della tanto osannata democrazia. Altro che revoca dei diritti. Sono proprio i lavoratori e non dei finti rappresentanti dei loro interessi a decidere se scioperare o meno.

Punto secondo.
Gli scioperi indetti non possono essere revocati se non con adeguato anticipo, o in caso di accordo firmato e definitivo tra le parti in causa.

Lo scopo è quello di prevenire il giochino per cui gli scioperi vengono revocati all'ultimo minuto, causando ugualmente danno agli altri, ma senza dover rinunciare alla paga giornaliera.

Questi due punti da soli valgono il prezzo del biglietto. La riforma è poi correlata da altre novità di minore portata, che comunque non mi sembrano sbagliate.
Ad esempio, chi aderisce allo sciopero ha l'obbligo di comunicarlo, in modo da far conoscere la vera adesione e finirla con i balletti di cifre tra sindacati e governo.  Oppure la possibilità dello sciopero virtuale, per cui si lavora ugualmente, ma in segno di protesta si rinuncia allo stipendio in favore di fondi solidaristici.
Per la verità questa possibilità non credo che verrà sfruttata. Per due motivi. il datore di lavoro non subisce alcun danno dallo sciopero virtuale. I lavoratori, sempre pronti ad essere solidali con il culo degli altri, difficilmente lo saranno con il proprio, lavorando per consegnare integralmente la loro paga ad un fondo solidaristico....
In ultimo, il ministro vuole garantire un intervallo di agibilità di un servizio tra uno sciopero ed un altro, impedendo scioperi a pioggia.

Quest'ultimo punto è forse l'unico che mi trova un pò titubante, in quanto non credo sia giusto che una categoria in agitazione debba prenotarsi e trovare "un buco" per poter scioperare, solo perché altri hanno scioperato prima di lei. 
Comunque, valutando integralmente la riforma, direi che il 9 lo merita già per i primi due punti.

E' un peccato che simili riforme passino in secondo piano a causa delle scellerate idee economiche di Tremonti, Paulson, Keynes e altri minchioni che stanno precipitandoci nel baratro di un nuovo medioevo..

Postato da: LibertyFighter a 11:17 | link | commenti (17)
diritti, berlusconi, riforme, sacconi

giovedì, 09 ottobre 2008
Oltre al danno, la beffa

Sulle scottature, l'acqua bollente. Questo antico modo di dire rispecchia l'attuale situazione economico-finanziaria mondiale. Sinceramente sono preoccupatissimo. Preoccupatissimo e depresso. Gli interventi delle varie governance mondiali sono andati tutti nella peggior direzione possibile. Diminuzione dei tassi, nazionalizzazioni di banche, iniezione di liquidità. Non usciremo dalla crisi grazie a questo branco di cazzoni patentati. Ci finiremo a testa in giù. Se avessi voluto dare il colpo di grazia alla nostra economia, avrei preso esattamente le decisioni che hanno preso i nostri politici - banchieri centrali.
E saranno stracazzi. Questa crisi è più pesante del 1929. E dopo il 1929 c'è stato Hitler e la seconda guerra mondiale. Poi la guerra fredda e sessanta anni di merda. C'è perfino stato Keynes. Molto molto depresso e preoccupato.
Volevo segnalarvi, se mai ce ne fosse bisogno un altro articolo fantastico di Francesco Carbone, di Usemlab, che purtroppo sembra pensarla come me. A voi la lettura, consigliandovi anche di spulciare sul sito per ottenere nuove informazioni.
Leggete pure i vari link che compongono quest'articolo e entrate pure voi nel magico mondo dei depressi da economisti minchioni.
Poi per riprendervi, guardatevi questo video.

Postato da: LibertyFighter a 12:27 | link | commenti (36)
economia, inflazione, banca centrale, fiat money, interventisti

martedì, 07 ottobre 2008
Aforisma del giorno

"Nel lungo periodo saremo tutti morti"
John Maynard Keynes

Non c'è che dire. Aveva ragione. Lui è schiattato nel 1946. Solo che nel suo lungo periodo ci siamo noi.

Postato da: LibertyFighter a 23:13 | link | commenti (5)
economia, aforismi, socialismo

Inventare denaro non serve

Come volevasi dimostrare. Il Piano Paulson è stato completamente inutile nei confronti degli obbiettivi che si era preposto, e dopo il furto di 700 miliardi di dollari dalle mani dei possessori di dollari, la situazione non è cambiata di una virgola. Se li davano a me, avrei forse ottenuto un risultato migliore di quello del governo americano. A me piace dire "Ve l'avevo detto". Specie a pochi giorni di distanza, e quando ero contro tutto l'establishment economico e politico nostrano.
 Come avevo ampiamente previsto infatti, il piano non avrebbe salvato i mercati. Era sufficiente una pur modesta analisi della situazione per capire che continuare ad iniettare liquidità nel sistema drogato non avrebbe provocato nulla di buono. Qualcosa di cattivo sicuramente lo ha fatto, vista la perdita di potere di acquisto che deriva dall'iniezione di liquidità.
D'altra parte non mi pare di dire una eresia o qualcosa di oscuro se affermo che qualunque piano messo in atto da qualunque governo non possa far altro che provocare effetti indesiderati non ponderati alla vigilia.
In Italia poi, per essere sicuri di questa legge dell'economia, le abbiamo provate tutte. Dalla Cassa del Mezzogiorno all' IRI, all' Alitalia, passando per tutti gli altri interventi pubblici inventati da quei grandi geni che abbiamo sempre avuto al potere.
Oggi, finalmente, i giornali han titolato "Crisi del secolo". Lo hanno capito loro. Lo abbiam capito noi. Quello che stenta ad arrivare al cervello degli italiani continua però ad essere il fatto che questa è la crisi del Keynesianesimo. L'idea delle politiche a debito per favorire investimenti e consumi. L'idea della banca centrale come regolatore dell'indebitamento pubblico e privato. Più specificatamente, la crisi del denaro inventato. Della stampante federale.
No. Da noi la situazione viene percepita come una assurda crisi del mercato libero  e ancora, inopinatamente, si auspica un intervento statale che non si sa come, dovrebbe rimettere a posto le cose.

Lo dicono i piccoli risparmiatori, che poco inclini a capire l'economia monetaria, auspicano semplicemente che qualcuno li tolga dal pasticcio in cui si sono trovati senza nessuna colpa. Legittimo. Sbagliato chiedere aiuto al boia che ha firmato la tua condanna a morte, ma è giusto che costoro chiedano di non rimetterci.

Molto peggio la posizione degli imprenditori, che richiedono a gran voce l'intervento dello Stato. Sconfessando sostanzialmente il loro stesso mestiere, il libero mercato e spingendo sostanzialmente l'Italia in un baratro economico che si chiama Socialismo Reale. Danno infatti sponda  a tutti i nostalgici del comunismo e del socialismo spinto.
Quelli che la politica, con un decreto legge, può spegnere la forza di gravità. E multe a chi osa continuare ad esserne soggetto.
L'imprenditore si assume i rischi di impesa. Se guadagna sono fatti suoi. Se perde anche. Io l'ho sempre sostenuto. La Marcegaglia? Si ricordi che è facile far certe cose con il culo degli altri..

La posizione dei politici è invero disgustosa. La metà di costoro è impegnata a sfruttare il momento politicamente, dando addosso all'una o all'altra parte, quando invece ci sarebbe da rimboccarsi le maniche. L'altra metà si trova a postulare interventi pubblici "come in America".
Interventi pubblici che in America sono appena falliti!. Ma allora perché vogliamo farli pure noi? Siamo tanto diffidenti ad imitare gli states quando fanno scelte oculate, poi li seguiamo a ruota alla prima cazzata?

Ma il peggio del peggio lo sfornano come al solito i "liberali." italiani Ad eccezione di Nicola Porro, che finalmente scrive un pezzo di vero liberalismo economico su fondamenta austriache, gli altri, a partire da un irriconoscibile Oscar Giannino, sono lì a dichiarare che l'intervento pubblico in questo caso, perché c'è una grave crisi etc etc, in via del tutto eccezionale, può essere utile.
Ora. A parte che una simile dichiarazione significa solo ed esclusivamente l'abiura alle teorie liberali, in quanto una volta giustificato l'intervento per "casi eccezionali", diviene automatico  chiedersi CHI definisca quali sono i casi eccezionali. E chi meglio dello Stato per giudicarlo? In secondo luogo perché significa negare il fatto che il mercato si regoli da solo, e dichiarare che la politica, ossia quell'organizzazione criminale e criminogena lentissima, possa regolare un mercato sempre più veloce rendendolo più efficiente di quanto non sia in assenza di costrizioni.
Utopico, delirante.
In generale Libero di quest'oggi sembra essere un revival dell' Unità dei tempi precedenti al 89. In un altro articolo si elogia l'intervento Americano perché giusto o sbagliato che sia, è un tentativo di porre rimedio, invece dell'immobilismo dei vertici Europei.
Come dire che di fronte ad un malato di cui non si conosce la malattia, sia più opportuno tentare cure con medicine random piuttosto che aspettare e cercare di capirci qualcosa.
"Non so cos'hai, ma intanto ti faccio un clistere e pure un salasso."
Sulle pagine del quotidiano, trova spazio perfino la lettera di un sindacalista CISL che rivendica il ruolo dei sindacati come premonitori della crisi, semplicemente perché hanno denunciato la troppa finanziarizzazione dell'economia.
Che significa? Nulla. Perché il concetto di troppo è un giudizio di valore. E come tale non ha alcun senso collettivo. Chi decide cosa sia troppo? Diverso sarebbe stato il caso in cui i sindacalisti si fossero scagliati contro le manovre creazioniste di BCE, FED e governi mondiali. Ma non lo hanno fatto. E neanche un mese fa erano lì che incitavano Trichet ad abbassare il tasso di sconto. Veramente strana come opposizione.

Sinceramente mi sono stufato di questa cagnara. Mi sono stufato di sentire idiozie a rotta di collo e voltafaccia a ripetizione. Mi sono stufato di leggere pseudoesperti che ci spiegano i problemi senza conoscerli e che appoggiano ulteriori manovre autodistruttive.

Cosa potrebbero fare gli Stati se volessero intervenire veramente per risolvere la crisi? Quello che non vogliono fare.
Dovrebbero innanzi tutto cambiare il sistema monetario. Niente più fiat money, introduzione di una moneta-merce con cambio fisso e riserva integrale della stessa merce. Certamente debbono farlo gradualmente. Ma se non si parte da qui, non si va da nessunissima parte. Nell'immediato, sarebbe opportuna una forte detassazione, l'abbattimento del cuneo fiscale e possibilmente anche dell' IVA, in modo da risollevare i consumi. Dove prendono i soldi? Tagli di spesa. Abolizione di metà dei politici sulla faccia della terra. Abrogazione delle consulenze esterne, annullamento di tutti i finanziamenti pubblici. Ritiro dei contingenti militari in Kaffiristan. Cessione degli immobiliari per ridurre il debito pubblico. Abolizione delle province.
Queste sarebbero le mosse da intraprendere. Il casino che si sta facendo adesso invece, viene spacciato per tutela del risparmio. Ma come avrete sicuramente letto, in tutta Europa, i conti correnti sono  garantiti dallo Stato. Almeno fino ad un tetto massimo. Il che significa che inflazione permettendo, i cc sono già al sicuro, almeno per le fasce deboli. E allora rimane il sospetto che dietro la "tutela del risparmio", ci sia la voglia di salvare alcune banche. Banche che invece devono fallire ed essere liquidate. Questo sia per motivi economici per cui un cittadino non deve pagare gli errori altrui, sia per motivi etici, in quanto i banchieri si sono fino ad adesso lanciati in investimenti altamente speculativi, con ritorni economici grandiosi. Mentre c'era gente che si sudava la pagnotta, questi altri diventavano ricchi moltiplicando i pani ed i pesci. Adesso che i pani e i pesci stanno finendo, il loro salvataggio sarebbe un cattivissimo insegnamento per il mondo. L'insegnamento che più "la fai grossa", più è sicuro che ti salvi, e magari ne esci con buoneuscite milionarie.

UPDATE
Vi lascio con un link ad un ottimo articolo di Huerta de Soto, pubblicato dal Mises institute, che spiega ancora, se mai ce ne fosse bisogno, le origini della crisi. Le VERE origini.

Postato da: LibertyFighter a 11:06 | link | commenti (8)
economia, inflazione, socialismo, moneta, banca centrale, fiat money, riserva frazionaria, interventisti, tasso di riferimento, tasso di sconto










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